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Il Mattino - di Padova - 04/01/2003


Un modello d'arte sparisce con Gaber

di Maurizio Cecconi


 

Che Giorgio potesse lasciarci è una cosa che avevo nella testa. L'ultima volta che lo avevo visto e che gli avevo parlato, alla presentazione del suo ultimo spettacolo, avevo trovato una persona stremata, stanca fisicamente, con la consueta ironia, ma un po' più triste, più amara. Avevo pensato alla malattia che lo corrodeva e contro cui lottava, quel suo assassino così difficile da individuare, da contrastare.
Poi però i ricordi di quella che posso chiamare un'amicizia, almeno per me importante, avevano contribuito a non vedere al realtà, a tenerla lontana, quasi a respingerla.
Ho conosciuto Giorgio Gaber in occasione di una manifestazione che ebbe successo e fu condotta alla Perla, il Teatro del Casinò quando ancora aveva sede al Lido di Venezia.
Si chiamava “Professione Comico” ed era condotta in piena collaborazione tra Giorgio ed i dirigenti del Teatro Goldoni, in primis Emanuele Guariniello. Già lì Giorgio espresse una delle cose che di più ho amato in lui, e cioè la voglia di scoprire e di dare fiato a nuovi personaggi, nuovi interpreti della comicità italiana.
Era sì uno spettacolo in più serate con tanta gente e che si ripeteva anno dopo anno, ma era qualcosa di più, e cioè il senso che il teatro non apparteneva solo a quelli che potevano essere definiti come i “vecchi marpioni della scena”.
Giorgio non era accattivante, non concedeva distrazioni.
Se si accorgeva di uno scarso impegno, di una mancata professionalità, interveniva veloce, scuro o ironico a domandare perché, a richiedere sforzi diversi, a sottolineare mancanze esplicite. Più tardi un giorno, si cominciò a valutare chi poteva reggere il destino del Teatro Goldoni.
La discussione non era da poco. Da una parte coloro che volevano esaltare fondamentalmente “le glorie del nostro leon” pensando alla riedizione di un Teatro fortemente dialettale, ed altri invece che amavano invece un teatro più aperto, più degno di una città che con la Biennale aveva ospitato momenti di avanguardia e nuovi autori ed esecutori di prima grandezza.
In questo empasse venne in mente la sua figura.
Qui credo che sia possibile rivendicare da parte di chi gestiva la cosa pubblica allora, una certa capacità di “capire” il lavoro di Gaber che oggi viene consacrato dai media.
Quell'incrocio tra teatro e musica che Giorgio ha rappresentato sempre di più nella seconda sua vita artistica, fu colto positivamente appena espresso.
Gaber non fu chiamato al Goldoni solo perché esprimeva un nome qualificato.
No, fu chiamato perché aveva nella testa un nuovo genere di teatro, più aperto, più polivalente, più specchio della realtà, di cui musica dramma e commedia si intersecano con il cabaret, facevano riferimento perfino al teatro di strada, si incrociavano con l'attualità.
Scegliemmo di mettere a disposizione di Giorgio (e molti non furono d'accordo all'epoca e tante furono le discussioni), uno spazio in cui potesse esercitare una volontà nuova.
Lo incontrai a Treviso, una notte, dopo un suo spettacolo, per proporgli il progetto.
E Gaber non cambiò nemmeno allora quel suo strano e bel modo di vedere le cose.
Da una parte aveva un dubbio atavico sulle possibilità delle Istituzioni, e quindi si sentiva lontano dal divenire figura politica, lo faceva sorridere la parola direttore artistico.
Dall'altra capiva lo sforzo che veniva condotto e l'occasione che si apriva tramite lui, per tanti.
Accettò quasi subito ma senza l'entusiasmo di chi si vede riconosciuto.
Sulle sue spalle che già allora erano un po' ingobbite, pareva vedersi il carico del fardello, non semplice da portare.
Poi lavorò con la professionalità e l'entusiasmo di sempre.
Da allora l'ho rivisto più volte, nelle cene dopo gli spettacoli, negli incontri di lavoro, in camerino dove si raggrinziva di fronte allo specchio immagine vivente dell'aver lasciato se stesso ai suoi spettatori.
Ho voluto bene, voglio bene a Giorgio ed anche dopo il suo ultimo spettacolo, quando mi accolse in camerino dicendomi “no, questo non lo dovevi venire a vedere” ed abbracciandomi forte, ho sentito quello che Giorgio era, una persona vera, bella, che ci ha lasciato veramente qualcosa.