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Corriere della Sera - Varie - 02/01/2003


A teatro si inventò «cantattore» parlando della vita quotidiana

di Maurizio Porro

La sua faccia sotto i riflettori era come una carta geografica. Faceva spettacoli “in divenire” ma di grande professionalità.
 

Anche Gaber è stato un figlio del Piccolo Teatro e in via Rovello sarà allestita la camera ardente per l'ultimo saluto. Fu infatti grazie alla fiducia e alla stima di Grassi e Strehler che il cantautore divenne nell'autunno '70, col Signor G., un “cantattore”, inaugurando la formula dell'impegnato e non subito osannato Teatro Canzone. Che fu un modo originale per tramandare, con testi e titoli ormai proverbiali, frustrazioni, dubbi, insicurezze della società, prima, durante e dopo il '68. “Anche per oggi non si vola”, diceva Giorgio dal proscenio; ma lui volava, facendo rimbalzare come un giocoliere con la chitarra, sul palco vuoto, idee e sentimenti. Nei monologhi c'erano molti interni e didascalie diversi, molte intenzioni: una faccia, la sua, che sotto il riflettore era una carta geografica. Ma non voleva essere una bandiera, voleva restare cane sciolto, fino alla fine, sfidando orgoglioso interi cicli di impopolarità e sospetti. La sua era una forma di spettacolo a forte presa sociale che resta a tutti gli effetti (drammaturgici, comici, poetici), nella storia del teatro: l'iter sentimentale di “La storia di Alessandro e Maria” con la Melato e la spietata introspezione kafkiana del “Grigio” ne sono la prova (al cinema partecipò con Benigni al “Minestrone” di Citti). Gaber faceva teatro quasi «ad personam», a contatto quotidiano, serale, anzi notturno visti i suoi orari, con un mondo in ebollizione in cui c'erano “soprattutto giovani”, come ironizzava l'amico paroliere Umberto Simonetta. Ogni recital segnava un appuntamento fisso per l'intellighentia, per gli impegnati ma anche per i “non so” che volevano sapere, oltre che un richiamo per i ragazzi di molte abbazie politiche. Gaber aveva con sé una partner, con la sua poesia presentava la Vita. E la spiegava, districandosi tra i lineamenti irregolari, il nasone, i capelloni (quasi quasi mi faccio uno shampoo, e se lo faceva davvero nell'intervallo): com'era diverso viverla dal cantarla. In piedi sul palco era mimo, chansonnier, attore grottesco, un comunicatore nato che aveva voglia di veder gente e raccontare cose, alla Moretti. E poi di ragionarci su, magari iscrivendosi a Filosofia, soprattutto glossando, commentando, accettando complimenti e critiche da amici noti e ignoti, guidando e chiacchierando tutta la notte spostandosi per l'Italia. Il suo teatro era “in divenire” ma nello stesso tempo professionale al millesimo, qualcosa che si imparentava molto al vissuto della gente, ma cantato con la genialità di un uomo dolce, che sapeva osservare le pieghe del reale con un cinico sorriso amplificato dai riflettori. È stato un pezzo unico, senza possibili clonazioni: da oggi il potere passa alla memoria.