Categoria: Ultima ricorrenza...



Corriere della Sera - Varie - 02/01/2003


Canzoni come sberleffi, contro tutti con amore

di Mario Luzzatto Fegiz

Sfondò subito, divenne popolare con “Cerutti Gino”. Poi la svolta, le critiche da sinistra, le invettive più dure. Aveva cominciato con Celentano, conquistò la gente con show scanzonati in tv. Tra i successi più noti “Trani a gogò”, “Torpedo blu”, “Com'è bella la città”. La provocazione di “Io se fossi Dio” e lo choc per l'attacco alla memoria di Aldo Moro.
 

Non salvava nessuno lo sberleffo cesellato, teatrale e musicale, di Giorgio Gaber. In uno degli ultimi spettacoli, “E pensare che c'era il pensiero” del '95, diceva fra l'altro: “Mi fa male la democrazia, questa democrazia che è l'unica che conosco (...). Mi fanno male i politici, più che altro tutti (...). E come sono vicini a noi elettori (...). Ma sì, io vorrei anche dei bacini sul collo, per capire bene che lo sto prendendo nel c...”. Brano duro, con Gaber alle prese con le sue maschere tragiche, comiche, con le sue pose inimitabili, coinvolgente più che mai con quella sua raffinata tecnica di anticipare il gesto alla battuta. Ancora col suo tema preferito, lo smarrimento generale, il bombardamento di messaggi, il buonismo dilagante . Sempre attento al privato, agli anni che passano, alla pancia che cresce, ai disagi di un mondo maschile alle prese con un universo femminile sempre più disinibito e aggressivo. Il suo pessimismo toccò il fondo nell'ultima opera, “La mia generazione ha perso”, solo discografica, dal momento che una recrudescenza della poliomielite giovanile gli aveva precluso il teatro: “Noi, con i nostri slanci, i nostri ideali, le nostre passioni e le nostre utopie siamo riusciti davvero a migliorare il mondo? Credo proprio di no”. Il nemico per Gaber era “la stupidità dilagante in una società allo sbando dove i cretini andrebbero stanati con ferocia. I giovani sono conciati male, per colpa nostra”. La sinistra, che sperava di farne una bandiera, capì ben presto che con questo iconoclasta c'era poco da fare: fu definito “qualunquista”, anche se nessuno si permise mai di dubitare della sua onestà intellettuale. Giorgio Gaber era partito da canzoni normalissime, quelle che cantava al Santa Tecla di Milano per pagarsi gli studi alla Bocconi. Il passaggio al professionismo fu rapidissimo e casuale. Con Mogol discusse a lungo sul nome d'arte (Johnny Nuvola oppure Rod Corda o al limite Joe Cavallo). Alla fine optarono per Gaber (“cioè il mio vero cognome Gaberscik privato della desinenza”). “La canzone che incisi – ricordava – si chiamava Ciao ti dirò e la composi con Luigi Tenco, anche se per ragioni tecniche le nostre firme non risultano”. Gaber sfondò subito. Ciao ti dirò eseguita al “Musichiere” del 1959 fa capire che il ragazzo è speciale. Piace la seguente Geneviève, ma è Non arrossire, lanciata nel 1960, a farlo conoscere al grande pubblico. È il tipico brano per il “guancia a guancia”, la voce è pastosa e accattivante, la faccia indimenticabile. Nello stesso anno Una fetta di limone assieme a Enzo Jannacci con il quale dà vita a duetti irresistibili e nel 1961 La ballata del Cerutti, che diventa popolarissima nonostante lo stile di scrittura di Gaber sia ironico-cabarettistico. Metteva nelle canzoni scorci di periferia milanesi (il bar del Giambellino). E fece ancora centro nel '62 e '63 con canzoni fortemente “ambientate” come Trani a gogò e Porta Romana. Ma la formula canzone va stretta a Gaber. Lo si avverte con chiarezza nel 1969 in tv a “Senza rete”: in Suona chitarra spiega che la canzone non è necessariamente evasione. In un'altra puntata dello show si scatena in Paparadio, duetto parlato e cantato con la spumeggiante Ombretta Colli, attaccando il neonato programma radiofonico di telefonate in diretta Chiamate Roma 3131 e denuncia lo scollamento fra le canzoni e i problemi reali della gente. Ma “gli anni della spensieratezza”, come chiamava lui, quelli precedenti al debutto dello spettacolo teatrale “Il signor G.” annoverano altre canzoni di grande impatto: Mai, Mai (Valentina) (1966), La risposta al ragazzo della via Gluck, E allora dai, Torpedo blu (allegra, amena e quasi fumettistica con quel clacson inserito nella partitura), Il Riccardo ( sì, quello che “da solo gioca al biliardo”), Com'è bella la città (ironica, ambientalista, anticipatrice del nuovo corso gaberiano), Barbera e Champagne. Nel '70 la svolta. Gaber vuole un rapporto diretto col pubblico, basta con canzoni fini a se stesse. Riempie i teatri con “Il signor G.”, “Dialogo fra un impegnato e un non so”, “Far finta di essere sani”, “Anche per oggi non si vola”. Ma pochissime canzoni degli spettacoli diventano popolari: perché manca la promozione tv e perché la scrittura è legata alla recitazione. Per la loro costruzione esilarante diventano classici Shampoo (da “Far finta di essere sani”) con quel nevrotico affannarsi nella cura del corpo, e Libertà obbligatoria. Sono, queste, canzoni finemente cesellate, che giocano sulla foné, amplificata dalla gestualità: La massa è cantata come una entità imprevedibile di cui diffidare, Le elezioni offrono lo spunto per una serie di considerazioni su questo rito di cui sottolinea il vuoto in mancanza di altri valori, descrivendo un elettore che si appropria furtivo la matita copiativa. La provocazione più forte arriva nel 1980: è l'invettiva di 14 minuti intitolata “Io se fossi Dio”. Una maledizione dai toni biblici, contro tutti: i giornalisti definiti “cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti”, i radicali, i socialisti, i pacifisti. Tutti insomma. E alla fine l'attacco a Moro, assassinato pochi anni prima dalle Br: “Aldo Moro, resta ancora quella faccia che era!”. In un Paese ancora sotto choc sembra davvero troppo. Le case discografiche si rifiutano di pubblicarlo. Alla fine lo diffonde una etichetta indipendente che fa capo allo stesso Gaber. Che non cesserà di stupire neppure con l'ultimo Destra e sinistra in cui mette alla berlina luoghi comuni comportamentali e lo stesso concetto di distinzione fra gli schieramenti. “L'Italia – confidava – sembra impegnata solo a dividersi fra pro e contro Berlusconi. Io da che parte sto? Da quella del pensiero”.


HANNO DETTO

Gigi Proietti
Con Gaber se ne va uno che era tutto qualità. Un uomo capace di fare anche scelte, non solo politiche, di gusto, stile e classe.

Roberto Formigoni
È la scomparsa di un artista, di un poeta, di un uomo attento e sensibile ai valori d ella vita. Di un laico curioso verso i valori cristiani.

Valentina Cortese
È sempre stato staccato dagli altri, di un bel po' Era un caro amico, speciale e intelligente. Un altro pezzo di Milano che se ne va con anticipo.

Shel Shapiro
Con la sua perdita siamo più poveri dal punto di vista artistico. Negli ultimi 25 anni è stato un grande del teatro e della musica.