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Corriere della Sera - Varie - 02/01/2003


Dario Fo: macchè qualunquista, era anarchico

di Giuseppina Manin

“Un pessimista cosmico, destra e sinistra non lo amavano perché lui li graffiava, anzi li randellava”. “Non è mai stato opportunista e provava rabbia, rancore nei confronti della società, non delle persone. Quell'ultimo incontro da Celentano: era malato, non piegato”.
 

“Mi piaceva Dario Fo, ma volevo essere diverso da lui” confessò una volta Gaber. “E diversi lo eravamo. Però, anche se ciascuno è andato per la sua strada, il rispetto e l'amicizia reciproci non sono mai venuti meno. Non ci siamo mai persi di vista”, assicura l'artista premio Nobel. La notizia lo raggiunge a Helsinki, dove Fo sta allestendo Viaggio a Reims di Rossini. Con lui Franca Rame, che lo ha raggiunto per le Feste. Per entrambi dolore e commozione si mescolano immediatamente. Immediatamente affiorano ricordi, immagini lontane, affetti vicini. La prima volta e l'ultima che ci si era visti, le discussioni e le risate, le divergenze e le confidenze...

Come vi eravate incontrati?
“Lui avrà avuto vent'anni o giù di lì. Io qualcuno di più. Tutti e due magri e lunghi, tutti e due col nasone. L'occasione fu una canzone. Giorgio aveva in tasca una musica che mi piaceva, io ci misi le parole. Nacque così ‘Il mio amico Aldo’, la nostra prima e unica collaborazione. Eppure, in comune avevamo molto: il gusto della satira, l'attenzione al sociale, il senso del grottesco. Ma le ‘corde’ erano diverse. Quello di Gaber era uno sguardo molto amaro, talora malinconico, talora distruttivo. Il suo era un pessimismo cosmico, anarchico, individualista. Qualsiasi presa di posizione collettiva, qualsiasi impegno etichettabile lo mettevano in fuga”.

Difatti, dopo aver diviso con lei le platee di sinistra, se le ritrovò contro, bollato da qualunquista o peggio...
“Giudizi ottusi e superficiali. Gaber attaccava la sinistra ufficiale e aveva tutte le ragioni. La sua era un'analisi dura ma cosciente, non ortodossa ma stimolante. Un isolato che bisognava ascoltare. Un anticonformista che mai è stato opportunista, mai ha giocato di furbizia, mai si è legato a chi vinceva. Il suo grande amico e partner artistico è stato un altro ribelle solitario, Sandro Luporini. E poi Gaber non aveva rabbia e rancore verso le persone, semmai verso la società e la politica. E i politici, di sinistra o di destra, non l'hanno mai amato perché lui li graffiava, anzi li randellava”.

Però non scendeva in piazza, non firmava appelli...
“Era troppo individualista per farlo. Una volta venne a trovarci alla Palazzina Liberty. Dopo lo spettacolo andammo a cena. ‘Hai avuto un bel coraggio a occupare questa topaia’, mi disse a un certo punto, pensieroso. E aggiunse: ‘Dovrei cominciare a pensare anch'io a fare qualcosa del genere’. Gli dispiaceva non riuscire a calarsi dentro a un discorso più strettamente ‘politico’, ne pativa. Ma non ce la faceva. Il suo era un impegno di altro tipo, inscindibile dai suoi malesseri privati”.

Come definirebbe quelle inquietudini?
“Il suo primo bisogno era di sentirsi amato. E di amare. Il perno di tutta la sua vita e di tutta la sua attività artistica era quello. Il suo cruccio, non esserne capace. Per questo aveva bisogno prepotente di parlarne, di sviscerare continuamente sentimenti ed emozioni. Con una pervicacia e un ardimento pari a quelli che, da ragazzo, l'avevano spinto, lui poliomielitico, a suonare la chitarra per costringere un braccio rattrappito a fare ugualmente il suo mestiere”.

Tra le sue canzoni, quali predilige?
“Me ne vengono in mente due: Io se fossi Dio e La libertà. Ma classificare Gaber solo come lo straordinario cantautore e uomo di teatro che tutti conosciamo è riduttivo. Lui è stato anche un ottimo commediografo, ma pochi se lo ricordano”.

Alla fine, a farvi ritrovare su un palcoscenico, seppur televisivo, è stato Celentano...
“Era un po' che non lo vedevo e l'impressione fu contraddittoria: quello che avevo davanti era un uomo ammalato ma non abbattuto. Stanco ma non piegato. Al di là dell'aspetto fisico ritrovai il solito Gaber, pieno di ironia, di voglia di vivere e di lavorare. Prima di andare in studio, passammo un intero pomeriggio a casa di Celentano, a chiacchierare e a ridere come ragazzi. È stato un bell'incontro. Ciao Giorgio”.