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Corriere della Sera - Varie - 02/01/2003


Il rifiuto del video e il magico ritorno con Celentano

di Aldo Grasso

Eppure era stato un vero protagonista del piccolo schermo su cui condusse molti programmi
 

Come dimenticare la sua apparizione magica a “125 milioni di caz..te” di due anni fa? Giorgio Gaber non aveva un rapporto facile con la tv, anzi da anni non si mostrava proprio, sembrava a disagio davanti alle telecamere. Eppure quella sera, ospite di Adriano Celentano, fu trascinante. Scambiate due parole con il conduttore, liberatosi dall'emozione, comincia a intonare “Ciao ti dirò” ed entusiasma gli orchestrali, il pubblico in sala e quello a casa. Se ne parlò per giorni di quella sua esibizione, cercando di capire le ragioni dell'idiosincrasia per il video: una sorta di rigetto che lo aveva portato a scrivere nel '93 una delle canzoni più feroci contro la nostra tv, una di quelle canzoni, magari non riuscitissime, ma che lo star system televisivo desidera volentieri ignorare. Diceva: “Vi presento la mia famiglia / non si trucca, non si imbroglia / è la più disgraziata d'Italia, / anche se soffriamo molto / noi facciamo un buon ascolto / siamo quelli con l'audience più alto”. E più avanti: “Il bel paese sorridente / dove si specula allegramente / sulle disgrazie della gente. / Come ti chiami, da dove chiami, / stiam diventando tutti scemi, / pronto, pronto, pronto stiam diventando tutti coglioni, / pronto, pronto, pronto con Berlusconi o con la Rai”. La tv delle origini lo aveva visto fra i suoi protagonisti, quando Gaber si era affermato con ballate ispirate al repertorio popolare milanese, distinguendosi tra i primi cantautori per una vena lirica, un po' surreale e poi più spiccatamente umoristica. Gli furono affidati programmi come il mitico “Canzoniere minimo” (1963), “Milano cantata” (1964) e “Le nostre serate” (1965), una delle prime trasmissioni dedicate alla musica popolare e d'autore. Ma il suo debutto rimanda al “Musichiere” dove esordì con “Ciao ti dirò” (1959), poi a “Buone vacanze” con “Geneviève” (1960) e alla partecipazione a «”Senza rete” (1969) e “Teatro 10” in coppia con Mina (1972). Qualcosa però s'incrina con il video. Negli anni '70 Gaber con “Il signor G.”, “Dialogo tra un impegnato e un Non so”, “Far finta di essere sani”, “Polli d'allevamento” scopre il teatro e un diverso modo di fare canzoni (più attento all'impegno sociale e all'attualità) e interrompe i rapporti con la tv. “A parte qualche apparizione come ospite, forse una decina in 28 anni”, come amava ripetere. Nel 1981 ripropone i suoi più importanti successi teatrali in un programma dal titolo “Retrospettiva”. Da quel momento, ogni volta che si riaccosta alla tv per antologizzare il suo lavoro scenico si scatena sempre qualche polemica. Quando su Canale 5 presenta “Il signor G.” (1992) sembra che Gaber provi quasi vergogna del suo passato “scanzonato” (“Una fetta di limone”, “Geneviève”, “Goganga”, ecc.). Spera che il sodalizio con Sandro Luporini venga letto come il tentativo di cancellare quelle frivolezze e le serate in balera: altra cosa l'impegno, la cultura, la protesta. E proprio quando Gaber tenta di ricucire con la tv un rapporto più rispettoso delle reciproche esigenze arriva la mazzata del latinista Luca Canali che dalle pagine de l'Unità lo accusa di molte nefandezze: politiche, sociali, storiche, sentimentali. Persino di aver tradito il Cerutti Gino tanto da costringerlo a frequentare i tossici e morire di overdose o di Aids. Il cantante è soprattutto incolpato di “cavalcare la protesta inerte, il rimpianto condito da uno snobismo da salotto medio-borghese scontento di tutto e incapace di tutto fuorché di incrementare le proprie finanze”. Ma per fortuna la divertita apparizione da Celentano fa giustizia di molte incomprensioni.