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Corriere della Sera - Varie - 02/01/2003


“È un periodo di egoismo e cattiveria. E noi siamo complici di tutto questo”

di Mario Luzzatto Fegiz

Ottobre 2001, a casa del cantautore a Milano “La mia generazione ha perso? È una constatazione doverosa, non politica”. “Che cosa resta da picconare? Prevedere il futuro non è una difficoltà soltanto mia”.
 

Ottobre 2001, nella sua casa vicino a piazzale Loreto, Giorgio Gaber concede una delle sue rare interviste davanti a un registratore (non gli era mai piaciuto).
Ha appena pubblicato “La mia generazione ha perso”.

Perché un titolo così amaro?
“È una constatazione doverosa. Non tanto legata a un fatto politico quanto a un dato, oserei dire, antropologico. Io ho interpretato in qualche modo, forse presuntuosamente, i sentimenti di una generazione che ha visto in questi anni succedere tante cose. E il bilancio non è confortante. Il mondo che ci circonda mi piace sempre di meno, la gente anche, e quello che noi abbiamo cercato di raggiungere non esiste e non ha più riscontro”.

Concetto presente anche in un'altra canzone inedita, “La razza in estinzione”...
“Sì, ricorda ‘Io se fossi Dio’ vent'anni dopo. Vorrei insistere su questo mondo che non mi piace. In qualche modo le generazioni che ci hanno preceduto, o che mi hanno preceduto, che sarebbe più corretto, ci hanno lasciato un futuro aperto. Ecco, noi, ai nostri figli, che cosa lasciamo? Mi pare che lasciamo un'incertezza del futuro molto preoccupante e individui assolutamente più disgregati di quanto fossero quelli delle generazioni precedenti. In qualche modo è proprio sui figli che abbiamo fallito”.

Però lasciamo anche un progresso tecnologico, servizi sociali di base..., lasciamo comunque un'idea della protezione e dell'attenzione verso i deboli...
“Questo è molto vero. Io sto dicendo che certi ideali, certe resistenze a un mercato e a uno sviluppo insensato non sono state fatte. In fondo, i nostri ideali sono stati travolti dal mercato. Assodato tutto ciò, quando si arriva a una certa età non si può far finta di niente, dire che non c'entriamo. In fondo , siamo stati tutti complici di questa situazione”.

Alcuni personaggi famosi di varia estrazione hanno scritto delle note del suo disco, fra cui Mina. A parte lei, anche degli intellettuali. Ci sono Francesco Alberoni, il direttore del Corriere Ferruccio de Bortoli, Curzio Maltese. Però nel disco l'intellettuale viene definito un “coglione”. Come la mettiamo? “Molto semplice. Una delle grandi mancanze di questo periodo è l'inesistenza di avanguardie, o almeno di una punta di intellettuali in grado di dare degli stimoli. Questa classe da tempo non sa cosa dire”.

“Il potere dei più buoni” è un attacco al buonismo, al volontariato, alla solidarietà.
“Sì, è una canzone ‘reazionaria’, nel senso che è una reazione a questa aria di bontà o di buonismo, chiamiamola come vogliamo, che sembra in fondo coinvolgerci tutti, mentre io credo che questo sia un periodo in cui trionfano la cattiveria e l'egoismo. Canto una sensazione di ipocrisia da parte di certe associazioni. Canto atteggiamenti dietro i quali c'è la convenienza di qualcuno. Io credo che l'intervento diretto sulle persone che si vogliono aiutare sia molto più opportuno e sicuramente molto più efficace”.

Come è nato l'album “La mia generazione ha perso”?
“Un'idea dei miei collaboratori. Hanno detto, ‘visto che sei fermo da un anno’... Sì, perché sono fermo. Quanto al contenuto arriva da una frase di Montale che mi ha colpito: ‘Noi abbiamo fatto del nostro meglio per peggiorare il mondo’. Con Luporini, che è il mio co-autore da sempre, abbiamo ragionato su questo concetto. Lo abbiamo sviluppato. Risultato: l'individuo mi sembra peggiorato a livello di consapevolezza e di coscienza. La cosa più pazzesca è che di questo degrado sembra che alla politica non importi proprio nulla”.

Lei è un pessimista, ma quando canta l'amore si illumina, oggi come vent'anni fa...
“La canzone d'amore è una vena che io ho un po' trascurato, però vorrei ricordare che il mio primo successo, o perlomeno uno dei primi successi, fu ‘Non arrossire’. È chiaro che sono passati tantissimi anni, però quella vena non è finita e quindi mi sembra che ogni tanto vada ripercorsa”.

Infatti ecco che pubblica “Quando sarò capace d'amare”...
“Ci racconta in qualche modo una situazione sentimentale che noi vediamo attorno a noi e a volte viviamo direttamente. La frequenza delle famiglie con gravi problemi all'interno e l'esplosione di vere e proprie tragedie familiari ci obbligano a porci una domanda: siamo capaci o non siamo capaci di amare?”.

Piccona di qua, piccona di là: Gaber, cosa resta?
“Questa è una domanda da un milione di dollari. Nel senso che la difficoltà di prevedere un futuro in questo momento non è solo mia, ma un po' di tutti. Se quest'anno io non ho fatto uno spettacolo, non è solo per ragioni di salute. Evidentemente non mi sentivo all'altezza di dare o di fare un intervento che potesse avere qualche proposta positiva credibile. Però io credo che quello che faccia più male all'individuo sia l'ambiguità. Un bambino che sa che sua madre non gli vuol bene, ne prende atto, cresce e riesce a rispondere, perché il dolore si vince, mentre l'ambiguità non si vince mai, e credo che sia la malattia più grave”.

Perché va allo show tv di Celentano?
“Perché è un amico e lo conosco da quando avevo sedici anni, lui ne aveva diciotto e facevo il suo chitarrista. Ho cominciato a cantare perché lui non provava e quindi io mi prestavo come voce per insegnare ai suoi musicisti il rock'n'roll e da lì ho cominciato praticamente la mia carriera di cantante, all'inizio molto precario, poi sempre più sicuro e poi, forse con la scoperta del teatro, anche sempre più convinto. Celentano già mi aveva invitato in un precedente spettacolo, io in un primo tempo avevo accettato, poi ho detto ‘no, non è il caso’. In tempi successivi lui ha cantato una mia canzone e questo mi ha fatto naturalmente molto piacere. Così quando mi ha invitato di nuovo ho detto ‘va bene, vengo’. Ma non vado in televisione, vado da Celentano, eh...”.

Distinzione sottile.
“No, significativa”.




Ri-edizione di un'intervista dell'ottobre 2001