Categoria: Volumi e testi estratti



ed. Baldini & Castoldi - Collana Le formiche - 1997


Amico treno

di Carlo Pino




Dal capitolo: “Da Goganga a Il Dio bambino” - Giorgio Gaber

Per molti è ancora l’interprete di Goganga, Il tic, Cerutti Gino, Porta Romana, Trani a gogò, Non arrossire, E allora dai e Torpedo blu. Proprio con quelle canzoni, in fondo, si è fatto conoscere dal grande pubblico, dalla gente che negli anni Sessanta guardava in Tv il Festival di San remo e Canzonissima. Ma Gaber è anche il protagonista, in quegli anni di trasmissioni televisive che erano un po’ di "rottura", come si direbbe oggi, di spettacoli che occupavano fasce orarie nelle quali vengono destinati ai nostri giorni programmi come Quelli della notte, Avanzi, Su la testa!, Cielito lindo: quelle che presuppongono una scelta precisa da parte del telespettatore, quelle che precedono il telegiornale della notte e mai quelle che seguono il TG delle ore venti. Stiamo parlando di Le nostre serate e del Canzoniere minimo. Erano programmi nuovi, in un certo senso provocatori, che si rivolgevano alla gente meno conformista, pronta ad ascoltare musica e canzoni innovative, testi che non ricercavano la rima con "amore" e "cuore". I suoi compagni d’avventura sono: Maria Monti, Gino Paoli, Bruno Lauzi, Paolo Poli, Luigi Tenco, Sergio Endrigo e Enzo Jannacci con il quale forma il duo de "I due corsari" che presenta, forse, la prima canzone del genere rock demenziale: Una fetta di limone. I suoi primi passi li muove quando, studente universitario, per "tirar su" qualche soldo comincia (nel ‘59) a fare il chitarrista per Celentano. Chitarrista jazz prima (c’è chi giura che fosse del livello di Franco Cerri!) e cantante di rock and roll poi, incide alcuni 45 giri. La grande svolta della carriera è datata 1970, anno in cui, dopo una tournée con Mina (già mostro sacro della canzone italiana), progetta e realizza per il Piccolo Teatro di Milano uno spettacolo, rappresentato anche in molti teatri minori della penisola che, pur se costruito principalmente sulle canzoni, contiene anche dei testi parlati: non frasi casuali per legare una canzone all’altra, ma brevi monologhi che danno significato alla presenza scenica. Il signor G, questo il titolo di quel primo spettacolo, narra la storia di un uomo qualunque che tenta di ricordare, di rivivere le tappe fondamentali della sua vita per farci sopra dei ragionamenti. Risultato: poco pubblico, ma di qualità. L’esperimento è ritenuto positivo e per Giorgio Gaber questo significa entrare da quel momento in una nuova pelle: dopo aver chiuso con le apparizioni televisive, dà vita a una nuova esperienza, quella del teatro-canzone, che continua ancora.
Per Il Dio bambino c’è tutte le sere il teatro esaurito: per questa ragione il Piccolo di Milano ha dovuto programmare una settimana in più di repliche. La gente già un’ora e mezzo prima dell’inizio dello spettacolo comincia a entrare in sala. E lo stesso Gaber a farci strada fra le quinte del teatro fino all’ingresso del suo camerino: è molto gentile, diventa subito un colloquio amichevole più che un’intervista. […]


(Raccolta di articoli e interviste tratte dal periodico “Amico treno”. All’interno: intervista a Gaber “Da Goganga a Il Dio bambino” 1993)