Categoria: Volumi e testi estratti



Hortus Musicus - Ut Orpheus Edizioni - Dicembre 2002
http://www.hortusmusicus.com


Gaber, l’Obeso e la generazione dei gabbiani ipotetici

di Gaspare De Caro e Roberto De Caro




L’Obeso mangia idee, mangia opinioni computer, cellulari dibattiti e canzoni mangia il sogno dell’Europa le riforme, i Parlamenti film d’azione e libri d’arte mangia soldi e sentimenti e s’ingravida guardando e mangiando gli orrori del mondo. (Giorgio Gaber – Sandro Luporini, L’Obeso)

Da quel covo di bolscevichi assatanati che è il supplemento letterario domenicale del giornale della Confindustria, Quirino Principe(1) spezza una lancia per una causa che, come i nostri lettori possono testimoniare, non è affatto estranea a Hortus Musicus. Principe evoca un episodio della ahinoi lontana, generosa giovinezza di Maurizio Pollini (erano i tempi in cui il già illustre pianista teneva concerti nelle fabbriche, a vario titolo memorabili). Il 19 dicembre 1972, prima di un concerto nella Sala Grande del Conservatorio di Milano, il Maestro pretese di leggere una dichiarazione di solidarietà con il Vietnam del Nord. "Un finimondo: il concerto fu sospeso". Principe ricorda che, pur non condividendo né il merito né l’occasione dell’iniziativa, egli stesso si espresse allora a favore di Pollini: "perché mai un musicista intelligente e colto, cittadino esemplare, non avrebbe dovuto esprimere con forza le proprie idee, fra tanti imbecilli logorroici e assembleari e fra tanti miliardari travestiti da proletari che allora le strombazzavano?". In particolare "replicammo con durezza alle indecenti asserzioni di un tale che allora affermò essere gli intellettuali gente che sputa nel piatto in cui mangia, sicché un musicista dovrebbe suonare e basta, e non occuparsi di cose serie". Bene, bisogna essere grati a Quirino Principe per questo contributo costruttivo all’eterna querelle su ciò che è lecito ad un artista e ciò che non lo è, e anche perché l’aneddoto, restituendoci il clima di un’epoca lontana, introduce assai bene il tema su cui oggi vorremmo riflettere. Prima però ci permettiamo due osservazioni, una, diciamo, antropologica, l’altra storica. La prima è che l’anonimo interlocutore di Principe, il padrone del piatto in cui mangia l’intellettuale, non è poi tanto misterioso. Con apprezzabile probabilità lo stile e il concetto tradiscono il frequentatore di Piazza Affari, il raffinato musicologo della sera di sant’Ambrogio, il lettore feriale del Sole 24 Ore. Magari un miliardario, sicuramente non travestito da proletario (ma erano poi tanti?) e, c’è da giurarlo, poco preoccupato dei milioni di vietnamiti morti sotto le bombe americane. L’altra osservazione è che invece erano davvero "tanti" quelli che condividevano le idee di Pollini – una generazione, testimonia "senza alcun rimorso" Giorgio Gaber – e saranno stati anche logorroici e assembleari, ma perché "imbecilli"? Non sarà mica un incontrollato residuo delle "indecenti asserzioni" di quel tale del piatto? O per essere "cittadino esemplare", per protestare contro le bombe (e a Milano ce n’era qualche motivo in più) è necessario avere il diploma in pianoforte? E magari essere un grande artista?
Comunque sia, su quella generazione, le sue non deperite ragioni e le ragioni non meno persistenti di chi l’ha combattuta e sconfitta, Giorgio Gaber e il suo coautore Sandro Luporini plausibilmente rivendicano oggi qualche diritto di testimoni e di interpreti con il disco La mia generazione ha perso(2) e l’ingente volume einaudiano La libertà non è star sopra un albero,(3) "antologia ragionata" dei testi letterari delle canzoni e dei monologhi teatrali, corredata da discografia, bibliografia e scelta in videocassetta di canzoni vecchie e nuove. I titoli del disco e del libro ribadiscono l’antica dedizione di Gaber ai temi politici, ma l’importanza, la contemporaneità e la novità delle due iniziative dichiaratamente indipendenti dall’attività teatrale, doviziosamente accompagnate da testi amicali di introduzione e di viatico, oltre a dichiarare la comprensibile intenzione di un bilancio artistico dopo un quarantennio di attività, confermano anche ciò che la presentazione del disco annuncia senza reticenza: la ricerca di un nuovo più ampio pubblico, "forse cedendo alle pressioni di chi (estimatori, colleghi, giornalisti, discografici) ritiene la dimensione teatrale, pur nella sua eccellenza, troppo limitativa rispetto alle potenzialità di fruizione e di diffusione del suo lavoro". Nel giudizio sull’attuale momento dell’esperienza artistica di Gaber e Luporini e della loro riflessione politica questa circostanza non si può considerare senza peso. Ma altrettanto inseparabile da un tale giudizio è il cospicuo valore di testimonianza che i testi ora ripubblicati comunque conservano.
Venti anni fa, ad un intervistatore – allora tra i più ansiosi osservatori della gaberiana "discesa agli inferi" della contestazione e poi sempre tra gli zelatori della sua riemersione dalla "parte giusta", alle pascolabili passioni dell’"uomo solo" –, Gaber dichiarava: "Certe volte mi chiedo perché non me ne resto più tranquillo, perché non mi metto a scrivere cosette rasserenanti, magari gioiose. Poi mi guardo intorno, vedo che ci stiamo tutti abituando al grigiore, alla piattezza, alla rassegnazione, e mi accorgo che il mio compito, il mio lavoro, è quello di dire le cose che gli altri non dicono".(4) Certamente Gaber ha mantenuto fede a questo impegno, ha detto a lungo, contro la rassegnazione, cose importanti che gli altri non dicono. E per quanto riguarda il tema, centrale, della sua generazione, delle sue ragioni e della sua disfatta, la sua canzone politica, adesso come trenta anni fa, è un esercizio critico raro in una cultura che evoca il passato essenzialmente a fini di adulazione del Potere, di autoassoluzione e di denigrazione apotropaica del nemico. Se c’è un beneficio non concesso alla generazione che espresse la "più vasta gioventù insorta di tutta la nostra storia moderna", come scrive Erri De Luca,(5) è una vera damnatio memoriae, una pena seria, decente, rispettosa delle tragedie individuali e collettive. Invece le è toccato, con l’insaziabile rancore dei vincitori, il ludibrio delle reminiscenze loquaci, alternativamente melense e raccapricciate dei transfughi, degli scampati al naufragio sulle capaci zattere dell’altra parte in causa. Con questi attestati non si può lamentare che l’immagine mediatica della generazione sconfitta sia deformante sino al grottesco: un regime ha la memoria storica che la sua natura richiede e il servilismo della sua cultura consente. Perciò c’è più intelligenza e verità in una canzone dell’"irregolare" Gaber, "mai allineato con il potere",(6) che nella deontologica sete di conoscenza di un congresso di storici. "Alla fine degli anni Sessanta si avvertivano nell’aria fermenti culturali nuovi sempre più intensi e coinvolgenti". È allora, in quel clima, racconta oggi Gaber, che la vocazione politica, nel senso della tensione a "comprendere la realtà che ci circonda" senza chiedere nulla alle mediazioni della politica istituzionale, diventa costitutiva della sua esperienza artistica e ne determina le scelte, anche linguistiche: la collaborazione "costante e insostituibile" con Luporini, fondata su "una visione delle cose molto simile o comunque complementare"; la rinunzia all’attività discografica e televisiva, "pur all’apice del successo", "per iniziare con il teatro un percorso del tutto diverso", alla ricerca di un "rapporto diretto col pubblico", creando in questo rapporto, nel confronto con la sua generazione e i suoi fermenti, una forma espressiva, se non inedita, inconsueta appunto nello spazio scenico che il recitar cantando offre alla polemica sociale e politica: all’"indignazione, che si traduce poi in violente invettive o in dolorose riflessioni ironiche", contro "gli appiattimenti culturali, l’assenza di pensiero, il conformismo, le ingiustizie, i soprusi, le prevaricazioni di ogni tipo".(7) Prendendo le distanze dai pur amati modelli francesi, dal loro "cantarsi addosso" e dal loro "manierismo bohémien",(8) le canzoni e i monologhi di Gaber e Luporini – arte colta, nutrita di letture alte da Céline a Beckett a Borges, ai francofortesi, all’antipsichiatria – diventano negli anni Settanta una voce certamente significativa della rivolta, convalidata da una "fruizione" che allora non appariva troppo limitata dalla dimensione teatrale: un milione e mezzo di spettatori in un decennio.(9)
Con una duplice, simmetrica intenzione di neutralizzazione storiografica, sui due poli del rapporto tra Gaber e il suo pubblico insistono le deformazioni professionali degli interpreti. Trovava riferimento privilegiato in Gaber, si dice, "quella nuova, vastissima fascia di consumatori di cultura formatasi durante e dopo il Sessantotto: giovani studenti, piccola intellettualità diffusa, militanti della sinistra storica e non ancora storica. Lo stesso pubblico che favorì il boom dell’Espresso, di Panorama e di Rinascita e stava preparando quello della Repubblica, che divorava senza troppa disciplina ma con molta buona volontà la saggistica pocket e i narratori sudamericani, che si interessava di antipsichiatria e di semiotica, che produceva e consumava bisogni originali e miti inediti".(10) Come tutte le mistificazioni utili questa definizione diminutiva contiene molti elementi di verità, anche perché attinge soprattutto all’autobiografia. Non si spiegherebbe altrimenti come – dopo un adeguato periodo di repressione e di corruzione intellettuale e politica, cui diedero il loro contributo appunto l’Espresso, Panorama, Rinascita, la Repubblica e la sinistra storica e non storica – larga parte di quella "nuova fascia di consumatori" si lasciasse convincere che la contestazione era stata solo un irrilevante fenomeno di costume, una vacanza del buon senso necessariamente a termine, e si lasciasse riportare mansueta sul mercato, docile alla cultura dell’Effimero e ai valori dell’Ordine sociale. Non falsa dunque la definizione del pubblico di Gaber, ma lacunosa certamente. Ciò che la smemorata futilità dell’autobiografismo le sottrae sino alla diffamazione è proprio ciò che fa la differenza di quel "maggio durato dieci anni",(11) il radicalismo di una generazione che non si riconosceva padri ma solo fratelli – nelle fabbriche, nei campus americani, nel maggio francese –, di una contestazione finalmente liberata dall’inganno dell’Interesse generale, di una lotta di liberazione che investì capillarmente, sino all’incandescenza dello scontro frontale, gli ordinamenti sociali e politici. Nella testimonianza di Gaber: "La mia generazione ha visto / le strade, le piazze gremite / di gente appassionata / sicura di ridare un senso alla propria vita […] La mia generazione ha visto / migliaia di ragazzi pronti a tutto / che stavano cercando / magari con un po’ di presunzione / di cambiare il mondo / possiamo raccontarlo ai figli / senza alcun rimorso […]" (La razza in estinzione, 2001). Invece, dopo tanti anni e anche nell’ambito tutto sommato non decisivo della storia della canzone, la denigrazione rituale del nemico vinto continua a trovare i suoi sciamani: preferibilmente nella tradizione italica ridanciana e un po’ vigliacca dei fescennini, alla Alberto Sordi o alla Nanni Moretti, per intenderci.
L’altro polo del rapporto tra Gaber e il suo pubblico su cui continua ad esercitarsi l’interpretazione deformante è quello dell’effettivo interesse dello stesso Gaber per i temi della contestazione. "È il nodo esistenziale, personale quello che gli sta a cuore", si insiste.(12) Gad Lerner, incurante dei suoi stessi opportuni avvertimenti circa il "sottile pericolo dell’imbecillità sempre in agguato dietro l’angolo",(13) attribuisce a Gaber "un Sessantotto incontrato per caso, facendo la corte alla studentessa Ombretta Colli della Statale di Milano"; ne ammette l’entusiasmo per "le istanze collettive […], ma sempre e solo come momentanea e provvisoria somma di personalità individuali, uomini e donne che cercavano se stessi all’interno di una massa in movimento. Laddove anche le ideologie andavano ridimensionate alla stregua di consumi merceologici, in un paese come l’Italia che invece continuava a prenderle maledettamente sul serio, sino a trasformarle in vessilli per una guerra civile strisciante".(14) Gad Lerner è personaggio che si denuda in pubblico con troppa impudica assiduità perché lo si possa sospettare di prendere "maledettamente sul serio" alcunché; e bisognerà anche lasciar decidere alla sua competenza professionale che cosa si possa esitare "alla stregua di consumi merceologici". Ma non gli si può assolutamente dare credito per quanto riguarda testi di Gaber dei primi anni Settanta come – ma sono solo esempi – Noci di cocco o Lui o Gli operai, per i quali è anche falso che nel Dialogo tra un impegnato e un non so – come suonava il titolo dello spettacolo che li presentava – Gaber si riservasse didatticamente "la parte del non so".(15) Se si deve difendere il monopolio delle noci di cocco dagli assalti degli affamati, la risposta istituzionale non è evasiva: "È vero. Io sono solo e loro sono tanti. Bisogna che li calmi. Certo non con le noci. Bisogna che inventi qualcosa, qualcosa di giusto, di civile. Guai se cominciamo con la violenza. Il rispetto. Il rispetto di quello che siamo, di quello che abbiamo, qualcosa di serio, di importante, di democratico. Ci sono, ho trovato. Invento lo Stato". Qui siamo dalle parti di Brecht, ma i gaberologi sarebbero capaci di impiccare al "nodo esistenziale" anche Mackie Messer. E Lui. Un testo che anticipa di trent’anni Il mercato e L’Obeso, a sottolineare una continuità che è nelle cose, ma anche nella riflessione sociopolitica di Gaber e Luporini: per gli eventuali brividi di piacere merceologico e non ideologico di Lerner, "Lui è. Lui è come Dio. Lui è il meccanismo perfettissimo. […] Lui è una forza a se stante, quasi priva di volontà, ma tramanda le sue leggi attraverso i suoi apostoli, che dirigono le masse nella produzione, nei rapporti umani, e anche nel tempo libero". A pensarci bene, che cattivo maestro ai suoi tempi, il Gaber!
È vero d’altra parte che allora e negli altri spettacoli del decennio le canzoni e i monologhi di Gaber e Luporini spesso sottopongono "le certezze del militante, l’impegnato, a una severissima disamina".(16) Fanno anche di più: in Al bar Casablanca (1972), La leggerezza (1974), Quando lo vedi anche e Si può (1976), Polli d’allevamento e Quando è moda è moda (1978) il sarcasmo mette impietosamente a nudo i tic, le stupidità, le ipocrisie, le squallide mode che allora proliferarono. Oggi sappiamo perché: le aule parlamentari, le redazioni dei giornali, i salotti televisivi si affollano di carriere sbocciate in quegli anni – "formidabili quegli anni!"(17) – come voluttuose ninfee nelle anse stagnanti e fetide del grande fiume. Presenze che già allora si esercitavano a trasformare a propria immagine tutto ciò che toccavano. E non erano re Mida.
Bisogna accreditare alla sensibilità artistica di Gaber e Luporini di non aver esaurito il movimento nei suoi detriti, nelle sue escrescenze esantematiche, attenti e partecipi invece a ciò che in esso non si ridusse e non era riducibile a ricambio generazionale, a mera mutazione di pelle del ceto politico, nella condivisa tensione ad andare al fondo delle cose: "Capire cosa c’è dietro il dolore / saperlo analizzare e motivare / allora quel dolore è la mia rabbia / di fronte a repressioni sempre più allarmanti / la rabbia di uno, la rabbia di tanti" (E tu mi vieni a dire, 1973). In termini politici il manifesto di questa attenzione e adesione selettiva è La libertà (1972), dove, in copernicana sintonia con il movimento, il motivo della partecipazione, dell’impegno politico diretto si oppone con forza alla risoluzione della libertà nella liturgia democratica del voto, all’acquiescenza rituale di chi "passa la sua vita a delegare / e nel farsi comandare / ha trovato la sua nuova libertà". È caduta la benda e invano il coro si dispera ("È pazzo! È pazzo! […] È pazzo furioso!"): "Uhè! Sono senza benda. È la prima volta nella mia vita. Però non si sta poi neanche tanto male, eh?... Ma no, anzi, vi dirò una cosa: io la benda non me la metto più" (La benda, 1972). In termini di critica sociale, di "rifiuto del lavoro", la convergenza con i temi del movimento è altrettanto esplicita. Si veda, per esempio, L’ingranaggio (1972), "un mostro sempre in moto / che macina le cose, che macina la gente. / Sì, sì anch’io. / Sì, anch’io. / […] e lavorare, lavorare, lavorare / e continuare a lavorare, lavorare, lavorare / e non fermarsi mai", senza "più tempo / per il riso e il pianto". E Lui elenca i nomi degli apostoli, gli stessi urlati negli scioperi degli autunni caldi e nei cortei del movimento: "Questi apostoli, queste emblematiche figure, sono i nostri Santi: sant’Agnelli, san Pirelli, san Giovanni Borghi, san Costa, san Marzotto dei Filati, san Felice Riva di Valle Susa, martire. Il nostro lavoro, i nostri affetti, la nostra vita, la nostra condizione insomma, tutto dipende da loro che generosamente si sono occupati di noi fin da quando eravamo bambini". Non sorprenderà troppo, allora, che il Dialogo del ’72 si concluda con l’evocazione dell’apocalisse, del grande mito sovversivo della generazione: "Gli operai hanno addosso una forza tremenda / che può rovesciare questo mondo di merda / che noi alimentiamo e non si ferma mai".

* * *

Si sa come andarono le cose, che cosa fu di quei giovani che volevano "spiccare il volo per cambiare veramente la vita" e aprirono "le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici" (Qualcuno era comunista, 1992). Lui – l’Obeso, "l’Infinito di un Leopardi americano", come dice oggi Gaber – non gradisce slanci di gabbiani. Si sa come andarono le cose in questa provincia, come si richiusero le porte della voliera. Tra un fuoco e l’altro di gioia affidato ad esperti artificieri, l’altra parte in causa ratificò ufficialmente nell’union sacrée gli antichi incesti. Avvalendosi unanime della facoltà di non rispondere, con apposita cambiale in bianco e leggi speciali, questa volta però democratiche, la Politica delegò alla Magistratura il ritorno all’Ordine. Allora, quando fu finalmente chiaro che cosa sia davvero la democrazia di delega, non furono molti a protestare per la Costituzione strapazzata, per la violata sacralità della divisione dei poteri, per i diritti politici ignorati: nemmeno quando il presidente "più amato dagli italiani" dimenticò la presunzione d’innocenza. Certamente, se ci si consente una notazione attuale, non protestò il professor Shylock Labini, che oggi – mai mollando la libbra di carne operaia, suo alimento da una vita – si fa paladino di castità costituzionale e va reclutando ad una sedicente "Opposizione civile" scandalizzati padri nobili che allora non si scandalizzarono. Né si scandalizzarono allora i coltivatori diretti di "autonomia del politico", che non si negano adesso alle rimpatriate nostalgiche con le loro vittime. Ma il quadro d’epoca che consente di apprezzare adeguatamente la testimonianza di Gaber sulla generazione vinta non sarebbe completo se si trascurasse di precisare che non tutta la sua generazione fu sconfitta: una parte vinse, come no! Vinsero coloro, già ricordati, che saliti in tempo sulle zattere di salvataggio sciamarono nei partiti, nei sindacati, nell’università, nella ‘libera’ stampa, in ogni possibile istituzione prima contestata, raccogliendo, se non i trenta denari d’uso nei casi di rilievo, almeno i premi di consolazione che non si negano ai comprimari, tanto più se si pensa di usarli ancora. Non è affatto il caso di evocare la sessantottesca "immaginazione al Potere" per quelli che espugnarono un seggio parlamentare, e furono tanti. Non inventavano nulla infatti: prima di loro avevano meritato in premio uno strapuntino alla Camera o al Senato altri contriti e sagaci andirivieni alla "parte giusta", al tempo in cui i carri armati sovietici massacravano i comunisti ungheresi. I più creativi tra i transfughi dell’ultima leva vantarono invece l’origine giovanilmente scapestrata per accreditarsi tecnicamente nella carriera dell’informazione (il giornalismo, vogliamo dire, non necessariamente la delazione). I transfughi meno utili e fantasiosi, non si dice i meno servizievoli, dovettero contentarsi degli allori didattici, esibendo ai giovani, se non scienza, almeno esperienza. Oggi se ne incontrano parecchi che, se non ci scrivono su un libro, mimano l’infanzia perduta in lugubri girotondi nel cimitero degli elefanti. Comunque pare giusto elencare anche loro tra i vincitori.
In tanto tripudio, mentre migliaia di gabbiani ipotetici consumavano la tragedia della generazione nelle carceri o in esilio – e gli altri, i fortunati, gli scampati non pentiti, "senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito" –, Gaber e Luporini furono tra i pochi nella cultura italiana, tra tanti esempi di intelligenza servile, che non tradirono la propria memoria, tra i pochi a rendere l’onore delle armi a quelle ragioni e speranze condivise:

Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera eccetera eccetera.
Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.
Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.
Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.
Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.
Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo.
Perché era disposto a cambiare ogni giorno.
Perché sentiva la necessità di una morale diversa.
Perché era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

Di questa testimonianza, del loro coraggio e della loro onestà intellettuale nelle circostanze della Grande Vendetta, bisogna essere grati a Gaber e Luporini. Del resto da allora non hanno smesso di dire al loro pubblico ciò che gli altri tacciono, capaci ancora di opporre alla disperazione la speranza esigua ma viva della Canzone dell’appartenenza (1996): "vorrei soltanto un luogo, un posto più sincero / dove magari un giorno molto presto / io finalmente possa dire: questo è il mio posto. / Dove rinasca non so come e quando / il senso di uno sforzo collettivo per ritrovare il mondo". E nei monologhi e nelle canzoni dell’ultimo decennio l’invettiva o l’ironia contro il degrado programmato non hanno perduto l’antico mordente, dalle maledizioni aggiornate di Io se fossi Dio, al sarcasmo enciclopedico e liberatorio di Destra-Sinistra, Il conformista, Si può, Il potere dei più buoni, La democrazia, La legge, Il voto, alla riflessione angosciata sullo stato delle cose in Mi fa male il mondo, E pensare che c’era il pensiero, Il mercato, L’Obeso, L’America (con l’epigramma di stupenda attualità: "Sono portatori, gli americani. Sono portatori sani di democrazia. Nel senso che a loro non gli fa male, però te l’attaccano").

* * *

Insomma, Gaber c’è ancora e lotta insieme a noi. Però... Però che cos’è, dopo trent’anni, quest’ansia nuova di più larga "fruizione", questa insofferenza dei limiti della dimensione teatrale? C’erano ragioni molto precise, artistiche e non solo, nella scelta teatrale e nella rinunzia alla televisione e al mercato discografico. Gaber ne ha parlato tante volte, anche in dichiarazioni recenti, insistendo sulla pertinenza essenziale al suo stile di quel "percorso del tutto diverso", del rapporto immediato col suo pubblico, destinatario ma anche protagonista delle sue canzoni e dei suoi monologhi. Quelle ragioni, non solo artistiche, non sono più valide? Non vale per la serietà del suo impegno artistico ciò che dice della fruizione allargata in La razza in estinzione: che "la cultura per le masse è un’idiozia / la fila coi panini davanti ai musei / mi fa malinconia"? Forse davvero Gaber prende congedo dalla sua arte qual è stata sinora. Se è così, non gli si può accordare come motivo valido il senso di sconfitta su cui insiste appunto La razza in estinzione, una delle sue ultime canzoni, quando evoca le lotte della generazione ribelle: "Ma forse sono io che faccio parte / di una razza / in estinzione […] ormai son tutte cose del secolo scorso / la mia generazione ha perso". Su questo tema – di fatto un invito, insospettabile in lui, "al grigiore, alla piattezza, alla rassegnazione" – ritorna anche l’intervista a Mollica, dove Gaber si domanda "a cosa siano serviti i nostri slanci, le nostre utopie, i nostri ideali, le nostre ribellioni, le nostre trasgressioni", la contestazione contro "le dittature politiche del mondo", se "abbiamo perso di fronte all’unica dittatura che ha realmente trionfato: quella del mercato. Almeno i nostri padri la Resistenza l’avevano fatta davvero".(18) Per il rispetto che il vecchio Gaber si è meritato in una lunga, onorevole carriera bisognerà attribuire ad una momentanea incontrollata ipocondria la latitanza da questi giudizi della lucidità e generosità costitutive della sua arte. Se il successo fosse criterio decisivo, "quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia" sarebbe una ben triste risposta agli interrogativi sulla guerra partigiana. E il giovane Gaber di I reduci (1976) sapeva bene gli inganni della Storia ("Noi buttavamo tutto in aria e c’era un senso di vittoria / come se tenesse conto del coraggio, la Storia"), ma sapeva anche che la sua generazione non aveva disertato la lotta contro Lui e il suo mondo: "E allora è venuta la voglia di rompere tutto / le nostre famiglie, gli armadi, le chiese, i notai / i banchi di scuola, i parenti, le 128 / trasformare in coraggio la rabbia che è dentro di noi. […] E allora è venuto il momento di organizzarsi / di avere una linea e di unirsi intorno a un’idea / dalle scuole, ai quartieri, alle fabbriche […]". No, i partigiani non hanno vinto la battaglia decisiva né l’hanno vinta i giovani di quel lungo maggio, ma gli uni e gli altri hanno riconosciuto il nemico: e, "senza alcun rimorso", non è poca eredità da lasciare ai figli.
Però, per i maligni influssi astrali di questi inizi di millennio, sembra davvero che quell’eredità abbia pochi cultori, che nessuno sappia più o voglia riconoscere il nemico, sappia praticare l’esigenza e l’arte delle separazioni necessarie, delle differenze incolmabili, quasi che davvero siano "cose del secolo scorso", come dice Gaber. Non si vedono infatti gli ecologisti fraternizzare a tutte le latitudini con gli avvelenatori pubblici, gli affamati globali con i globali affamatori, le marce della pace ospitare giulive i più protervi promotori di guerra, figli di deportati sfilare in corteo con i fascisti, cattivi maestri discutere di sorti imperiali e progressive con senatori buoni e presidenti buonissimi? Sembra che la globalizzazione diffonda epidemicamente nei comportamenti collettivi e individuali un’ansia di globalità, di fuga dalla propria differenza nella beatitudine dell’universale: di conseguenza scolorisce l’immagine del nemico, non lo si riconosce più, individuale o collettivo. La casistica gaberiana di Il conformista si aggiorna in tempo reale e la Cultura si spintona per entrare in classifica: forse il Nobel ecumenico al giullare esercita un irresistibile magnetismo animale, anche se i prossimi premi, in tutte le sezioni, sono già destinati a Sharon. Comunque nel quadro clinico di questa sindrome – di quest’ansia di meticciato non con le etnie dei migranti, che andrebbe benissimo, ma con le etnie del Potere – la "razza in estinzione" di Gaber presenta indubbi sintomi di schizofrenia, arricchendo notevolmente a sua volta la casistica dissociativa dei si può nella conversione dalla limitativa dimensione teatrale alle obese potenzialità di fruizione del mercato discografico. Si può maledire i giornalisti "e specialmente tutti / che certamente non son brave persone" e poi lasciarsi promuovere da loro, dalla loro esperienza di "consumi merceologici"? Si può dire della Chiesa "che incalza più che mai / io vorrei che sprofondasse / con tutti i Papi e i Giubilei" e poi chiedere la benedizione a don Giussani e a Comunione e Liberazione? Si può sostenere che "non esiste una sola idea importante di cui la stupidità non abbia saputo servirsi" e poi apparentarsi con le melensaggini del professor Alberoni? È il mercato, si dirà: "l’Obeso siamo tutti, magri e grassi / siamo i nuovi paradossi". Appunto: si può. Ma anche il mercato ha le sue regole: non si può adulterare la merce. No, questo non si può, per rispetto della clientela, se non della propria generazione.
In verità, dopo un quarto di secolo di omologazione forzata, la clientela somiglia poco al vecchio pubblico di Gaber. In Qualcuno era comunista, una delle sue cose più belle, più sincere, più storicamente vere, prima di dire con grande forza, nella parte conclusiva che sopra abbiamo citato, i motivi autentici di quell’essere comunisti, Gaber recita un lungo, sarcastico elenco dei motivi futili o incongrui o falsi o semplicemente idioti per cui ci si poteva dire comunista (a caso: "perché Berlinguer era una brava persona"). Be’, nelle ultime repliche teatrali del monologo un pubblico evidentemente non più in sintonia con l’attore, un pubblico ormai incapace di ironia e di autoironia, puntualmente, con candido entusiasmo, applaudiva nei punti sbagliati. Forzeremo l’analisi suggerendo che l’antico pubblico di Gaber non esiste più, sospettando che da questa esperienza Gaber sia stato indotto o almeno confermato nella convinzione che la sua è una razza in estinzione e che tanto vale arrendersi, cercare quel pubblico alieno dove sta di solito e dargli ciò che vuole?
Però, fosse pure così, la dabbenaggine del cliente non assolve lo spaccio di moneta falsa. Non si può. La videocassetta che accompagna la summa einaudiana ripropone ancora Qualcuno era comunista. Mentre Gaber recita la telecamera si sposta sul pubblico, scruta i visi assorti e commossi, a lungo, e finalmente al clou, all’ultima, appassionata evocazione dei perché, trova ciò che sta cercando, la faccia contrita e annuente di Bertinotti, la faccia irrimediabilmente di pietra di Fassino (Gesù, la faccia di Fassino!). Che cosa sta insinuando la telecamera: che si sta parlando di loro? Chi potrebbe crederlo? Invece è proprio così e se qualcuno non avesse capito – con la fruizione di massa può capitare – è lo stesso Bertinotti a mettere per iscritto la cosa, a evocare nostalgico e sdegnato "quel dannato scioglimento del PCI". Be’, in termini commerciali questo si chiama truffa, in termini morali si chiama sciacallaggio. Per i comunisti che Gaber ricorda alla conclusione del monologo, per i gabbiani ipotetici della sua generazione ribelle, il partito di cui parla Bertinotti era il nemico: nemico perché era un partito, nemico perché era lo Stato, nemico perché tradì le lotte operaie dell’autunno caldo, nemico perché fiancheggiò di silenzi i malesseri attivi e le stragi di Stato, nemico perché odiò quel lungo maggio che lottava contro il Potere e contro il Lavoro, perché guidò la repressione, perché promosse le leggi speciali, perché dotò di mazzieri padani l’ingloriosa spedizione punitiva di Luciano Lama all’università di Roma. Bertinotti e Fassino allora erano nelle file del nemico, erano il nemico.
Caro Gaber, oltre agli inganni della Storia bisognerà sopportare anche quelli dell’Obeso e dei suoi apostoli politici? No, non si può. Addio Gaber, e grazie di tutto.




da Hortus Musicus, III (2002), 12 - NOTE 1) Q. Principe, Pianista in un Paese senza musica, in Il Sole 24 Ore, 6 gennaio 2002. 2) Giorgio Gaber, La mia generazione ha perso, Album: © CGD EastWest, 2001. 3) G. Gaber, La libertà non è star sopra un albero, a cura di V. Pattavina. Prefazione di G. Lerner. Introduzione di M. Bernardini. Con un’intervista a Giorgio Gaber di V. Mollica, Einaudi, Torino 2002. 4) M. Serra, Giorgio Gaber. La canzone a teatro, Il Saggiatore, Milano 1982, p. 67. 5) E. De Luca, Prefazione, in P. Persichetti – O. Scalzone, Il nemico inconfessabile. Sovversione sociale, lotta armata e stato di emergenza in Italia dagli anni Settanta a oggi, Roma, Odradek 1999, p. 1. Confermano il giudizio i dati quantitativi del Ministero dell’Interno, che calcolava in oltre centomila persone l’"area sociale sovversiva"; più di ventimila furono i denunciati, più di quattromila i condannati. Cfr. ivi, p. 10. 6) V. Mollica, Un irregolare. Conversazione con Giorgio Gaber, in Gaber, La libertà..., cit., p. XXXIV. 7) Ivi, pp. XXXI ss. 8) Serra, op. cit., p. 56. 9) Ivi, p. 37. 10) Ivi, p. 24. 11) De Luca, op. cit., p. 1. 12) M. Bernardini, Introduzione. L’ultimo intellettuale, in G. Gaber, La libertà..., cit., p. XVII. 13) G. Lerner, Prefazione, ivi, p. IX. 14) Ivi, p. VI. 15) Bernardini, op. cit., p. XVII. 16) Ibid. 17) M. Capanna, Formidabili quegli anni!, Rizzoli, Milano 1988. 18) Mollica, op. cit., p. XXXV.